Claire FOY
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Claire Foy: «Ciò che ammiro in Lisbeth Salander è la volontà di sopravvivere»

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Italian article taken from IO Donna.

«Non puoi entrare fino in fondo in Lisbeth. Lei è un personaggio quasi infinito», parole di Claire Foy, la nuova Lisbeth Salander, l’hacker giustiziere punk che punisce gli uomini che fanno male alle donne. L’attrice inglese, dai profondi occhi blu, prende il posto di Noomi Rapace e Rooney Mara, protagonista assoluta di Millennium: Quello che non uccide di Fede Álvarez, presentato alla tredicesima Festa del Cinema di Roma in anteprima mondiale e in uscita nelle sale italiane il 31 ottobre.

Nel quarto capitolo dell’acclamata saga firmata da Stieg Larsson e primo adattamento del best-seller scritto da David Lagercrantz, la vincitrice del Golden Globe per The Crow, interpreta l’iconico personaggio di Lisbeth. Nel cast anche oltre alla l’attore svedese Sverrir Gudnason, nella veste del giornalista Mikael Blomkvist, e nei panni di Camilla, la sorella di Lisbeth scomparsa da tempo, l’attrice olandese Sylvia Hoeks.

Il ritorno di Claire Foy

Per circa due ore Lisbeth Salander, tatuaggi, orecchini e un drago disegnato sulla schiena, cerca di combattere una rete di spionaggio e criminalità che arriva fino al cuore del servizi segreti e dei sistemi di difesa online. La posta in gioco è alta. Tra inseguimenti, sparatorie e combattimenti corpo a corpo, Lisbeth dovrà fare i conti definitivamente con il suo passato che ha il volto di sua sorella Camille (Sylvia Hoeks).

Claire Foy torna sul grande schermo, dopo averla vista interpretare la decisa moglie dell’astronauta Neil Armstrong in First Man di Damien Chazelle, con un personaggio iconico e ben levigato, «ho assunto il suo punto di vista per interpretarla. Lisbeth non è simpatica, né particolarmente amabile. Non fa nulla per essere attraente, né smussa le asperità del proprio carattere. Èuna donna complessa, profonda e con una vita complicata così come è nata dalla penna di Stieg Larsson: bisogna fidarsi del pubblico, che ama un personaggio così poco tradizionale». Nel film il regista riprende le atmosfere cupe disegnate dal nuovo romanzo, «quando ci sono degli adattamenti l’importante è non fare un paragone, ma una trasposizione con il proprio stile. Il primo era un mistery. Questa è una storia completamente diversa. Parla di spie. E’ un noir, una sorta di James Bond un po’ folle. Ed è Lisbeth Salander che tiene tutto».

La guerriera Lisbeth che si muove in Lamborghini e in sella ad una moto, diventa simbolo di una moderna e contemporanea eroina, «non è un supereroe, se la ferisci sanguina. Quello che ammiro in lei è la sua volontà di sopravvivere. E’ così forte che può affrontare un uomo più grande di lei e batterlo perché è più rapida e intelligente. Ha molta fiducia in se stessa. Lisbeth graffia e fa tutto per resistere. Non puoi abbatterla», precisa Claire Foy. E alla domanda in quale personaggio è riuscita a mettere più te stessa, «somiglio un po’ a tutti i miei personaggi. Li scelgo perché li riconosco. L’immaginazione delle persone è più forte di quello che puoi fare come attrice. Devi essere la critica di te stessa e mettere tutta la tua capacità al servizio del ruolo. Hai solo l’istinto a guidarti e la fiducia nel tuo regista». E rispetto alla Regina Elisabetta che l’ha lanciata e resa famosa nel mondo, in The Crow, la sofisticata interprete riesce a trovare una somiglianza con Lisbeth, «Elisabetta è un personaggio determinato per il ruolo che ha dovuto assumere e poi esercitare per tutta la vita. Sono due donne diverse, ma hanno una somiglianza: non sono in grado di comprendere, né esprimere le loro emozioni. Lisbeth ha capito che viverle la renderebbe vulnerabile. Elisabetta, invece, è in una posizione in cui non può esternare i propri sentimenti in pubblico».

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